Libro “Albicocche al miele” di Elisa Pellegrino

Le albicocche al miele sono, secondo quanto dice Hugh Grant a Julia Roberts in “Notting Hill”, una sorta di errore. Chi le mangia non lo fa certo per assaporare il gusto del frutto, completamente impregnato di miele, ma, del resto, se volesse solo quest’ultimo, non si spiega perché mangiarsi anche le albicocche. Insomma, sono delle cose “che assomigliano a degli errori”, esattamente la sensazione che provano i quattro protagonisti del libro di Elisa Pellegrino. Greta, Giulia, Diego e Caterina hanno finito (o scelto di abbandonare) l’università, hanno all’incirca 25 anni, e si confrontano con le aspettative sulla propria vita adulta che hanno introiettato dalla loro (e nostra) cultura: instaurare relazioni sentimentali sane e durature, trovare un lavoro attraverso il quale raggiungere una realizzazione personale (non mossi da esigenze impellenti, dunque, nessuno dei personaggi si trova ad affrontare difficoltà economiche). L’apparente lusso della scelta, del fare quel che si vuole, assecondando le proprie capacità ed inclinazioni, però, mostra loro la sua faccia più cupa. Tutti e quattro, infatti, sono vittime di questa ricerca spasmodica del lavoro perfetto, dal quale finisce per dipendere la propria affermazione personale. Essenzialmente, verrebbe da dire, perché per alcuni di loro non si tratta veramente di una esigenza soggettiva, quanto piuttosto dell’introiezione di richieste esterne: quella di ottenere una posizione invidiabile, brillante, quel genere di professione che fa fare bella figura quando si risponde alla domanda: “e tu di cosa ti occupi?”. Dal momento, che come dicevamo, si tratta per alcuni di loro più che altro di aderire a un modello esterno, capita che essi non sappiano davvero cosa vogliono, in che direzione andare, e che si sentano, pertanto, bloccati in una situazione opprimente. Del resto non va meglio a chi le idee chiare le ha, solo che non corrispondono a quanto programmato per loro dalle famiglie.

La stessa situazione vale per la vita sentimentale dei protagonisti: si sentono obbligati ad aderire alla norma per la quale tutti a quell’età hanno voglia di conciliare stabilità emotiva e pulsioni sessuali giovani e vitali, e allo stesso tempo temono di fare il passo più lungo della gamba, di turbare gli equilibri raggiunti fino a quel momento.

Pellegrino delinea quattro amici dalla personalità diversa, ma in ognuno dei quali in qualche modo finiamo per rispecchiarci.

Uno degli aspetti a mio avviso più interessanti credo stia proprio nelmoduscon il quale la scrittrice ci introduce ai loro caratteri. Abbandonando quasi completamente le descrizioni fisiche, in fondo non così importanti, Pellegrino ci conduce nel loro mondo interiore dandoci come mappe i loro riferimenti culturali: la musica che ascoltano, e in abbinamento a quale momento emotivo, i libri che leggono o che scelgono di non leggere, le serie tv, e soprattutto, i film che ognuno di loro sceglie e propone a turno al resto del gruppo, nell’ambito di un cineforum che diventa anche rito catartico condiviso.

Non deve pertanto sorprendere che il titolo sia tratto da una battuta di un film e che la copertina, mirabilmente disegnata da Martina Francone, riprenda una scena di uno dei classici della nouvelle vague, “La chinoise” di Godard (ne sono così innamorata che sto meditando di prenderne il poster per mettermelo in camera, come se non ne avessi già a sufficienza). L’arte, però, ci mette in guardia l’autrice alla fine della prima sezione del libro, deve essere affrontata come se fosse una porta, e non un rifugio. Insomma non deve diventare un nascondiglio nel quale ci sentiamo a rassicurante distanza dal mondo, pur assecondando la nostra curiosità nei suoi confronti. All’arte spetta il compito di connetterci con gli altri, permetterci di allenare la nostra empatia, la nostra capacità di creare ponti con le altre persone, reali o immaginarie che siano, in quanto esseri umani come noi (e, insomma, se siete su questo blog e avete letto la pagina principale, saprete quanto condivida questo pensiero). È esattamente seguendo questo approccio che ogni personaggio, a turno, propone agli amici la visione di un film, che è allo stesso tempo un modo per permettere loro di connettersi con la sua vita interiore, e allo stesso modo per capire qualcosa di sé attraverso la visione partecipata di vicende altrui. A questo proposito, consiglio vivamente di guardare i film contemporaneamente ai quattro amici, in parte anche per gli inevitabili spoiler durante i dibattiti, e in parte perché Pellegrino affida ad essi il compito di svelarci qualcosa di essenziale su di loro (e, forse, noi, aggiungerei).

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Ma prima, ecco per te un altro breve estratto 😉

2 pensieri riguardo “Libro “Albicocche al miele” di Elisa Pellegrino

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